SEGNI DI MANI FEMMINILI al Centro Zò di Catania - 18 gennaio 2018

Shoah. Scuola e teatro, per ricordare il senso dell’umanità

Ricordare, per costruire un futuro possibile. Ogni anno, il 27 gennaio – giorno in cui, nel lontano ’45, le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz – riemerge il dramma dell’Olocausto. Le tracce di un dramma umano – di tutti e non solo degli Ebrei – che ha segnato un cambio di prospettiva, nel nostro modo di percepire il limite tra bene e male, tra umanità e malvagità.

I ragazzi del Liceo De Sanctis di Paternò, insieme a tante altre scuole della provincia, hanno vissuto invece, un’esperienza nuova allo Zō Centro Culture Contemporanee di Catania, grazie alla compagnia teatrale Banned Theatre che ha presentato l’opera: Segni di mani femminili, di Valentina Ferrante.

Lontani dai soliti clichè, Nunzio Bonadonna, Micaela De Grandi e Valentina Ferrante (gli attori) – hanno narrato una storia originale e dimenticata, quella della “medichessa” Ebrea Virdimura, vissuta nella Catania del XIV secolo. Coerenti alla missione della compagnia teatrale – “che punta a rappresentare testi inediti o di autori banditi o allontanati dalla proprie nazioni, tradotti in altre lingue” – l’opera esplora il paesaggio della comunità ebraica a Catania e in particolare la sua declinazione al femminile. La donna ebrea Virdimura, nel 1376 –emancipata, istruita e indipendente, che dichiara di voler curare i più poveri – “sboccia come un piccolo fiore rivoluzionario nel cammino di sangue e fuoco del popolo ebraico. Angoscia e speranza si nutrono l’una dell’altra, disegnando questa silenziosa rivoluzione. Attraverso il racconto della vita di Virdimura, si affronta inoltre il tema attuale della diversità, condannando gli integralismi di tipo religioso e restituendo dignità agli esseri umani, qualunque sia il loro credo.”

Perché spesso confondiamo Tel Aviv con Gerusalemme. Uno stato per un credo. Un confine per un’idea. La storia ci racconta di innumerevoli genocidi, di atrocità e di azioni ignobili dell’uomo sull’uomo. In tante parti del mondo, per le ragioni più varie, ma che si riassumono nel desiderio di possedere “l’altro”, di soggiogarlo per una terra, per una risorsa, per il potere. Qualsiasi massacro che l’uomo esercita sull’uomo (e sull’ambiente) – qualunque sia il suo credo, il suo colore, la sua storia, la sua terra – è da condannare e ricordare, ora e per sempre, per oggi e per le future generazioni. Ma colpisce – pensando agli Ebrei – la ridondanza nel tempo e nello spazio. Dalla Sicilia alla Spagna, dalla Francia alla Polonia. Dalla Persia all’Egitto. Dal tempo biblico ad oggi.

Per questo motivo, l’opera teatrale ci restituisce una territorialità del dramma che a noi piace e che stupisce gli studenti e lo spettatore. A Catania, sotto casa, dentro le nostre mura e non nella lontana Auschwitz. Questo è il primo segno – nell’esperienza teatrale vissuta – che emoziona lo spettatore.

E allora capita che un gruppo di studenti, ormai saturi dei soliti film di genere sulla shoah, si ritrovano stupiti, emozionati, commossi, trascinati da una narrazione coinvolgente. Silenziosi e attenti alle sfumature, che la scena, gli attori e la storia, propongono al loro intelletto. Un racconto che si compone di tanti linguaggi, tanti, come i tanti modi di fare teatro: classico, contemporaneo e di ricerca, commedia dell’arte, pantomima, teatro delle ombre. Dentro la storia di Virdimura, altre storie. Un filo narrativo che mette insieme due tempi: quello del XIV secolo e quello contemporaneo. Quello storico e quello allegorico. Un atlante di simboli, segni – misurati e funzionali, per dare forma didattica all’opera – tracciano delle costellazioni emozionali, un palinsesto di eventi, di fatti, di miti, e di racconti, che attraversano il tempo

I costumi e la scena sono minimali, essenziali e funzionali al dispositivo narrativo. L’attore prende e l’attore ripone, su di un filo steso, gli strumenti della recitazione: abiti, maschere, oggetti, panni e baldacchino. Originale l’allestimento che si fa cornice agli attori, alla loro capacità mimica; la distanza tra lo spettatore e il narratore – che appartiene alla dimensione del teatro greco – rende il “teatro”, il luogo della rappresentazione della natura (umana). I suoni, si fanno ritmo. Le voci si trasformano in personaggi e scandiscono le parti, tracciando un filo che collega gli attori alla storia. Irrompono nella scena – come voci fuori campo – i contributi di Alessandro Aiello (Video maker) e Nellina Laganà (attrice) che dilatano lo spazio, lo trasportano oltre la scena, dentro una dimensione metafisica.

Le relazioni e le sequenze tra le parti del racconto sono fluide, chiare e naturali. Si coglie la matericità degli attori, i loro corpi sudati e carichi di tensione teatrale che disegnano lo spazio, anche attraverso gli sguardi, tra i personaggi che si susseguono ritmicamente e gli spettatori quasi increduli. Interno ed esterno, due donne e un uomo.

Alla fine non finisce nulla. Si intravedono le lacrime che sgorgano dagli occhi dell’anima. Ma nessun sipario divide gli spettatori dagli attori e cosi inizia un nuovo spettacolo. Quello didattico, che gli attori tessono con gli studenti/spettatori. Domande, curiosità, per spiegare ancora, per esplodere il racconto fino a destrutturarlo. Questa l’emozione più forte, come se gli spettatori fossero ora gli attori. Allora qualche giovane studente si fa coraggio e chiede, curioso di sapere. Il perchè di un panno insanguinato, di un cordone di stoffa. Le ragioni di un colore. quasi il desiderio di toccare il “teatro”. A questo punto la sorpresa. Un’attrice si spoglia della maschera teatrale e mette qualcosa davanti ai suoi occhi. “Io sono un donna con gli occhiali”, dice. Come per dichiarare la sua appartenenza all’umanità e non alla mitologia del racconto interpretato. Rimane il retrogusto di una storia emozionante, che si traduce in impegno collettivo. Mai una nuova tragedia per l’uomo, mai l’uomo contro l’uomo. Questa è la magia del teatro, questa è la magia della narrazione. Il teatro, come dispositivo per rappresentare la natura (dell’uomo) per capire l’uomo e la sua storia, come la pittura, la scultura, l’architettura, la musica, la letteratura. L’arte, ancora una volta, come allegoria del filo sottile che lega l’uomo all’idea del divino.

FRANCESCO FINOCCHIARO per Corriere Etneo

La Sicilia, 5 settembre 2017
Sergio Sciacca

LYSISTRATA a Palazzolo Acreide - 19 agosto 2017

Palazzolo Acreide: Lysistrata
 
Banned Theatre e Lysistrata al Teatro Antico di Palazzolo Acreide. La guerra è cominciata con l'uomo o l'uomo finirà per la guerra?
La compagnia Banned Theatre con Valentina Ferrante, Micaela De Grandi, Giovanna Criscuolo, Federico Fiorenza, Massimiliano Geraci, Giovanni Rizzuti ha portato in scena la celebre commedia di Aristofane con l’adattamento di Valentina Ferrante che ne firma anche la regia insieme a Micaela De Grandi. E’ tra le commedie antiche più rappresentate della storia del teatro e affronta con impegno il tema universale della guerra. Lysystrata conserva intatto il genio del suo autore, il grande Aristofane, che la volle donna lungimirante, ribelle, non asservita alle aspirazioni belligeranti degli uomini e alla società maschilista del tempo. “In realtà la guerra è più un affare da donne, perché esse ne sopportano il peso due volte: partoriscono i figli con dolore, li allevano con tanto amore e poi li vedono andare via a fare i soldati!” - dice Valentina Ferrante. “Le madri portano la vita dentro e ne comprendono appieno il valore. Le donne e le madri di Atene evocano una visione profetica dei giorni nostri, travolti da guerre e conflitti di varia natura: religione, denaro, potere. Sono quelle stesse guerre che strappano i figli alle madri”. L’abilità di tutta la compagnia fa sì che Lysystrata si muova per tutta la durata dello spettacolo nell’atmosfera più giocosa, a tratti esilarante. Belli i dialoghi di attrici e attori che pur toccando temi spinosi evidenziano l’aspetto comico del testo di Aristofane sapientemente rivisitato, offrendo uno spettacolo al contempo divertente e riflessivo. Attraverso l’uso delle maschere e coadiuvati dalle musiche originali di Luca Mauceri, i sei attori in scena esplorano il caleidoscopio dei tipi umani con spassosi capovolgimenti dei generi maschile e femminile.
 
CARMEN ARGENTINO

LE NUVOLE - Teatro antico di Segesta, 17 agosto 2017

Teatro Antico Segesta, “le nuvole” di Aristofane incantano il pubblico

Una rivisitazione coraggiosa, un adattamento moderno che parla con il passato che non passa, sempre attuale, sempre autentico, sempre profondamente reale. Aristofane scrisse commedie che parlano di potere politico, di governo delle masse e “le nuvole” andate in scena ieri sera al Teatro Antico di Segesta, con la regia di Valentina Ferrante e Micaela De grandi interpretate da Giovanna Criscuolo, Micaela De grandi, Valentina ferrante, Federico Fiorenza, Massimiliano geraci, Giovanni Rizzuti, sono terribilmente moderne. L’uomo smarrito , come sempre nella storia dell’umanità, cerca risposte, oracoli, capacità retorica per ingannare il prossimo e intanto la terra è ridotta un immondezzaio e il tanto venerato “sapere ” interpretato da un Socrate borderline, è finito proprio dentro un cassonetto della spazzatura. I discorsi del filosofo “giusti” verranno bruciati sull’altare dei discorsi “ingiusti” ma più redditizi. Il potere adesso è stato rappresentato mirabilmente dai media, da facebook, dai follower, dalla ricerca dei “like”.

La Sicilia - 27 giugno 2017
Sergio Sciacca

Studio per CARNE DA MACELLO

Maurizio Giordano per Dramma.it

Il Chiostro dei Minoriti di Catania, ha ospitato come ultimo appuntamento della rassegna “Altrove”, organizzata dal Teatro Stabile etneo, il progetto Studio per “Carne da Macello” di Valentina Ferrante e Micaela De Grandi, che analizza, seziona con ironia ed estrema efficacia, il tema della violenza sulle donne, coinvolgendo il pubblico con una messinscena capace di leggere, raccontare, destrutturare una tematica diventata davvero virale. La pièce con immediatezza mette alla berlina alcuni punti che interessano tutti, quali e mancanze, le incompletezze, le disattenzioni – in materia di leggi -  della cosiddetta Giustizia, la fragilità e l’egoismo dell’universo maschile, le perversioni, l’ottusità di certi mass media dei nostri giorni, l’influenza di padri e madri nella crescita e nelle problematiche dei figli. Si tratta di un vero e proprio studio che, uscendo fuori dal solito manierismo, dai facili stereotipi, affronta la preoccupante piaga del femminicidio rivolgendo allo spettatore inquietanti e tragici interrogativi.
Banned Theatre, compagnia teatrale nata a Catania nel 2014,  per sviluppare una tematica tutt’altro che semplice utilizza un linguaggio estremamente accattivante, che ingloba recitazione, un tappeto sonoro tra il moderno e l’antico, coreografie e movimenti ben studiati che richiamano la situazione di donne che sanno di subire, di rischiare, ma che non si vogliono ribellare e portano avanti la loro pseudo esistenza di stenti, soprusi, violenze, umiliazioni sino a quando, in una notte qualunque, il marito, il fidanzato, il padre, l’amico, il branco, le massacra.
Lo spettacolo, in circa 60’, mette in campo un validissimo team di sole donne che, attraverso storie terribili, folgora lo spettatore catapultandolo sin dal primo minuto della pièce in una dimensione tragica, spietata, sanguinaria. Al centro di tutto ci sono delle povere donne – trattate come autentica carne da macello – che vengono massacrate dall’istinto animalesco dell’uomo e che muoiono una seconda volta per mano di giornali, tv, o spietati talk show dove si da ampio spazio – per fare audience –  alle interviste con gli assassini oppure in dibattiti in cui si cerca una spiegazione a ciò che è avvenuto, attraverso le opinioni di addetti ai lavori. Vestite di nero - tra giacche, sedie, inquietanti rotoli di cellophane, balli sinuosi - le donne protagoniste, palpeggiate, insultate, usate, annullate, umiliate, con delle movenze da manichino, raccontano di una accomodante e semplice moglie, di una madre disperata, di donne lapidate, strangolate, di mariti frustrati ed assassini, di uomini che le usano come oggetti e poi le buttano via, mentre una sessuologa disserta sul fenomeno da approfondire e da non sottovalutare.
Convincenti ed applauditissime protagoniste della pièce, nell’incantevole spazio del Chiostro dei Minoriti, sono Elisabetta Anfuso, Giovanna Criscuolo, Micaela De Grandi, Valentina Ferrante, Laura Giordani e la sessuologa Susanna Basile. Ad orchestrare i movimenti, il dipanarsi della tragica ed intrigante vicenda, l’intensa ed inquietante Raniela Ragonese che, da aiuto regista, conclude poi lo spettacolo con il suggestivo e calzante brano degli anni Sessanta “Amo” del cantautore italo-belga Salvatore Adamo. Scorrevole la regia di Valentina Ferrante e Micaela De Grandi, musiche di Luca Mauceri, canzoni interpretate da Betta, costumi di Nunzia Capano, vocal coach Armando Nilletti, assistente alla drammaturgia Federico Fiorenza e assistente tecnico Carlo Giordano.
Pubblico piacevolmente sorpreso da una pièce che, pur affrontando un tema sanguinario ed abusato, riesce a coinvolgere grazie ad una rappresentazione frizzante, dinamica, mai banale e che tiene sempre alta l’attenzione dello spettatore.
Inerpicandosi per le impervie strade della violenza e del tragico Studio per “Carne da Macello” risulta un azzeccato esempio di teatro cronaca, dove l’orrore prende il sopravvento e in una società capace di mostrare – senza alcuna perplessità o dubbi – di rivendere in tv il dolore di una madre, l’assassino di una ragazza, l’omicidio più efferato, costruendoci un dibattito, un programma che piace e quasi seduce,in nome degli ascolti che, quindi, crescono a dismisura.
Il lavoro, infine, ci riporta ad un retaggio, ad una cultura maschilista tutt’altro che superata, ad una sequenza di immagini e storie sanguinarie in cui le donne sono autentiche bambole, manichini da manovrare, da usare, per la famiglia, per il possesso, per un capriccio e poi da avvolgere nel sacco della spazzatura e gettare in pasto ad un martellante tam tam mediatico, ad un voyeurismo televisivo davvero spietato .

Studio per CARNE DA MACELLO

Anna DI MAURO - Donne in ...vetrino ("Studio per Carne da Macello" di Ferrante e De Grandi)

Angolazioni  critiche

DONNE IN ...VETRINO

Il femminicidio sotto i riflettori en plein air. Per Altrove. Al Cortile del Palazzo dei Minoriti a Catania

Vestite di nero, con qualche giacca qua e là per simulare l'uomo, il grande assente in tutti i sensi, sette donne, tensione al massimo, raccontano le stragi dei nostri giorni. Le vittime?  Sempre le stesse: donne.  Una guerra tra sessi che non è  finita, che cambia volto, ma fondamentalmente è identica a se stessa. Il potere maschile, affermato a tutti i costi, lavato con il sangue, se occorre.  Il tramonto di  questo “ potere”  è notoriamente inaccettato dall'uomo, fragile e restio a rinnovarsi, perché fondamentalmente solo e impreparato, complice anche la mentalità femminile tradizionalmente e biecamente succube.

Il sistema politico e sociale che pubblicamente condanna, segretamente alimenta questa insufficienza, lasciando che l'ignoranza e i pregiudizi prevalgano su una nuova coscienza civile. Occorre conoscere e prevenire. Questo è  il percorso che  per Altrove indica l'ultimo spettacolo di questa rassegna dello Stabile, dedicato al teatro civile:  “Studio per  Carne da macello”, scomodo ma emblematicamente  energico, senza facile retorica, senza compiacimenti, senza inutili compatimenti, senza risparmiare particolari raccapriccianti, senza scivolare nel luogo comune del Maschio-Bestia.

Argomento difficile perché abusato, il femminicidio  qui trova una freschezza e una direzione meno obsoleta, grazie ad un testo volenteroso,  corroborato  dall'interpretazione vigorosa. Scorrono i gesti e le parole.  Un treno in corsa. Sulla ribalta del dolore si aprono finestre. Il tempo del racconto si scompone in quadri dai colori decisi, sfolgoranti, sfasatura cercata nel gioco dei contrasti. Dai fondali della vita schegge impazzite galleggiano davanti ai nostri occhi. Tra le cortine chiuse, per pudore o timore, la verità, scucita a forza appare, ineludibile.   Il ritmo serrato, la ricerca estetica, semplice ed efficace, la forza delle immagini, dei monologhi e  dialoghi serrati, dove le storie trovano una sequenza tragica, intinta di ironia e graffiante sarcasmo, fanno di questo “Studio” un piccolo coltello che può  incidere e incrinare la coscienza civile.

In berlina un sistema di comunicazione degenerato e fallimentare. I mass media, si sa, si nutrono di nefandezze da sciorinare ai curiosi. Carne da macello, anche da morte, queste donne  date in pasto alla cronaca e alle trasmissioni di “approfondimento” vengono offerte alle fantasie malate di chi oscuramente gode di questa  esplorazione. In quest'ottica nella mise en scène si innesta il talk show con intervista all'assassino-eroe, sotttolineando sarcasticamente il bieco voyeurismo dello spettatore televisivo ottuso e perverso, alimentato da questa esaltazione, da questa offerta ignobile della miseria e bassezza dell'essere umano.

La dissertazione virtuale  della  sessuologa con le vittime o i parenti, in medias res, offre invece un serio spaccato di riflessione e di conoscenza di un fenomeno che ha radici ben salde nella psiche di  tutto il tessuto sociale,  spingendo  ad approfondire e a non banalizzare il problema. Anche le donne sono condizionate e “complici” dei delitti sacrificali a cui si sottopongono. Meditate gente, meditate...

Notevoli le performances delle protagoniste, modulate su registri contrastanti, dalla madre dell'uccisa, alienata e distorta dal dolore, alla donna lapidata, alla moglie bistrattata fino all'eccidio, alla vittima strangolata, appesa ai teli di plastica come un crocifisso... una carrellata fitta e incalzante per una Macelleria in palco, mentre dal buio della memoria affiora l'ombra di Ifigenia.

Studio per CARNE DA MACELLO - Scenario

19 Giugno 2017

Femmineccidio

"Studio per Carne da Macello"- Prod. Teatro Stabile di Catania, in collab.con Banned Theatre

Contrada Femmina Morta.

In centinaia di comuni in Italia (e della Sicilia in particolare) esiste almeno una Contrada con tale “topos”. Una storicizzazione e stratificazione nel territorio di eventi violenti e bestiali, che sottendono quasi una ineluttabilità di un fenomeno tremendo, che solo negli ultimi anni diventa argomento di analisi e dibattito. I maschi che uccidono le donne.

Valentina Ferrante e Micaela De Grandi riescono brillantemente a produrre uno spettacolo veramente nuovo, su un tema che è un eufemismo definire scottante. Inutile parlare dei rischi elegantemente superati, concentriamoci sul risultato: approfondire e fare teatro, giungendo nel cuore dei sentimenti del pubblico, perforando la corteccia cerebrale e giungendo dentro la bestiale amigdala, centro dei peggiori atavismi che, ben oltre il 2000, ancora ci governano, particolarmente negli atti violenti, prestazioni dove eccellono i maschi.

Le scene, i suoni, la narrazione, l’analisi scientifica, diventano un’insieme di stimoli positivi che coinvolgono lo spettatore, mettendolo di fronte alla sua natura bestiale, che tanti non riescono a governare. Difatti le reazioni del pubblico sono tutte prova dell’efficacia del metodo: dal lugubre silenzio al risolino compresso, per poi esplodere nell’applauso liberatorio. Teatro vero che vale cento sedute di analisi  (anche grazie dell’apporto di una sessuologia in scena), soprattutto per il grande impatto emotivo che ci offre. Una funzione culturale e sociale che ci rimanda al teatro degli antichi greci, cerimonia sacra. In fondo Valentina e Micaela bene si muovono sulle sacre  pietre, non solo con Lysistrata.

Le storie dei femminicidi, rappresentati in scena, offrono anche lo spunto per esempi di grande recitazione, che poteva solo essere al femminile: Laura Giordani la madre siciliana che evoca e modula, vocalmente ed emotivamente, il dolore del lutto, alternato alla folle risata devastante; Elisabetta Anfuso, l’araba lapidata, che fa vibrare la sua voce in musica, perché la violenza è frutto dell’intera società, del mondo; Valentina Ferrante la venditrice televisiva del dolore e del delitto, l’esatto opposto del materno amore ; Micaela  De Grandi  la donna in carriera, vittima di sé stessa e materialmente del marito, suo rivale nel ruolo nella società;  Giovanna Criscuolo, la moglie che nega l’evidenza,  nascondendosi nell’impossibile unità della famiglia, trasformandosi in vera e propria “Carne da Macello”.  Spettacolo robusto.  Da vedere, da capire, da far girare.

Francesco Nicolosi Fazio

LYSISTRATA - Teatro Arcobaleno, Roma - Ottobre 2016

Lysistrata al teatro Arcobaleno

Lysistrata, è una guerrigliera ante litteram che sceglie di lottare con le armi femminili più potenti che ci siano: la pazienza, l'alleanza con le altre donne, mogli e madri e l'astinenza nel letto nuziale

inserito da Tania Croce

Il Banned Theatre con Lysistrata ha aperto la stagione 2016/2017 delteatro Arcobaleno
Dopo il Calatafimi Segesta Festival Dionisiache 2016, il Banned Theatre giunge al teatro Arcobaleno di Roma, con l'adattamento di Valentina Ferrante della commedia sulla rivoluzione delle donne in tempo di guerra e attraverso la negazione del sesso, la ricerca della pace durante la guerra del Peloponneso. La penna originaria è quella del commediografo ateniese Aristofane e la storia è quella di Lysistrata, una guerrigliera ante litteram che sceglie di lottare con le armi femminili più potenti che ci siano: la pazienza, l'alleanza con le altre donne, mogli e madri afflitte al solo pensiero di sapere i propri figli rischiare la vita e l'astinenza nel letto nuziale fino a ottenere la pace tra gli ateniesi e i troiani. È evidente che la penna sia quella maschile, abile conoscitore della solidarietà tra uomini, rara e inesistente tra donne, eppure nella commedia riletta da Valentina Ferrante che oltre a essere una bella penna dimostra talento come attrice, resta inalterato il lato comico evidenziato dagli oggetti scenici e dai lazzi dei sei attori alcuni dei quali vestiti da donne goffe e ridicole, per raccontare l'eterna lotta femminile contro un affare che strano a dirsi, è femminile: la guerra. Rispetto al Cortile Platamone dove la compagnia ha debuttato il 10 settembre in Sicilia, lo storico spazio scenico dell'Arcobaleno ha evidentemente limitato l'azione degli attori che hanno recitato anche tra il pubblico, servendosi di maschere e travestimenti tipici del teatro greco. Asciutta la regia della Ferrante e di Micaela De Grandi, che culmina nella scena finale e commovente, forse più efficace senza la canzone conclusiva. Applausi a Giovanna Criscuolo, Micaela De Grandi, Valentina Ferrante, Federico Fiorenza, Massimiliano Geraci, Giovanni Rizzuti.

25 Ottobre 2016

La Sicilia - 22 Agosto 2016

Pro-loco Calatafimi Segesta

Grande trionfo della Lysistrata al Teatro Antico di Segesta. Calatafimi Segesta Festival Dionisiache 2016- 16 Agosto 2016.
Pubblico entusiasta, spettacolo ricco di verve, ma che non rinuncia ad una riflessione profonda sulla pace. L'anima di Aristofane rispettata e rivissuta all'insegna della tradizione greca.

 

Mazara News

Lysistrata fa il pienone al Teatro di Segesta

17 Agosto 2016

Nato in co-produzione con il Calatafimi Segesta Festival Dionisiache 2016, “Lysistrata” (di Aristofane), portata in scena ieri sera dalla Compagnia Banned Theatre di Catania è stato un successo
di pubblico.Circa mille persone hanno assistito al lavoro di Valentina Ferrante che assieme a Micaela De Grandi, hanno firmato Adattamento e Regia.
Scarna, essenziale e di grande effetto la scenografia creata da Michele De Grandi e Simona Ferrante, dove si è sviluppata la vicenda. Sei gli attori in scena: Giovanna Criscuolo, Micaela De Grandi, Valentina Ferrante, Federico Fiorenza, Massimiliano Geraci, Giovanni Rizzuti, che attraverso l’uso delle maschere e accompagnati dalla musica di Luca Mauceri hanno esplorato sulla scena le “vari tipi umani con esilaranti capovolgimenti del genere maschile e femminile”. Un vero trionfo per la Compagnia di Catania, ma soprattutto un successo per il Calatafimi Segesta Festival Dionisiache 2016 e, dei Laboratori teatrali, voluti dal sindaco Vito Sciortino e dal Direttore Artistico Nicasio Anzelmo. Laboratori che nel corso del Festival vengono realizzati nella città di Calatafimi Segesta. Laboratori da dove nascono poi gran parte dei lavori teatrali messi in scena al teatro Antico di Segesta.

 

Ieri sera a Ragusa la straordinaria “Lysistrata” di Banned Theatre ha entusiasmato il pubblico di Poggio del sole

18 agosto 2016

Dirompente. Dissacrante. Dinamica. Colpisce nel segno la scommessa del fuori rassegna al festival regionale del teatro comico proposta ieri sera a Poggio del sole resort a Ragusa. L’associazione culturale Palco Uno, con la direzione artistica di Maurizio Nicastro, ha voluto mettere in campo un appuntamento con il teatro classico e lo ha fatto coinvolgendo la compagnia catanese Banned Theatre che, dopo l’esordio a Segesta, appena l’altro ieri, ha riproposto sul palco ibleo una propria produzione liberamente adattata da “Lysistrata” di Aristofane. Il sapiente lavoro delle registe Valentina Ferrante e Micaela De Grandi ha consentito di rappresentare uno dei lavori più interessanti ed entusiasmanti del genere, calibrato su un percorso niente affatto semplice su cui cimentarsi. E invece Ferrante e De Grandi ci sono riuscite con una riscrittura sorprendente, attuale, mai noiosa, in grado di intercalare anche parti cantate (il richiamo è al coro di greca memoria) su musiche originali dell’artista di fama nazionale Luca Mauceri. Una vera e propria sorpresa questa “Lysistrata” perché ha affrontato un tema universale, quale quello della guerra, senza banalizzarlo, in modo leggero, sorridente, con spunti di riflessione molto profondi e con qualche ricaduta piccante ma mai volgare che ha divertito il pubblico presente. “La nostra compagnia – chiarisce Ferrante – si è preposta di lavorare su temi attuali, attualizzando gli spettacoli, anche quelli più classici, come in questo caso. Lo spunto tratto dalla commedia di Aristofane era il più adatto per parlare del quotidiano, così come per la parabasi, che è stata completamente riscritta da me, in cui si ha una visione del futuro, nonostante ci sia questa commistione tra l’antica Grecia e il giorno d’oggi”. Aggiunge De Grandi: “La nostra compagnia, sin dall’inizio, aveva come obiettivo l’utilizzazione di testi poco rappresentati, rielaborandoli, adattandoli ai tempi attuali. Le canzoni ci sono servite proprio come i cori greci, per dare più respiro alla rappresentazione”. E il risultato finale è stato di grande spessore tanto è vero che gli spettatori, al termine, hanno applaudito per parecchi minuti in maniera convinta. Insomma, è stato un fuori rassegna tutto da gustare, come conferma lo stesso Nicastro. “Ho visto all’opera – sottolinea – una compagnia sì di giovani ma dalle grandi qualità. Sono certo che sentiremo ancora parlare di Banned Theatre che, qui a Ragusa, ha saputo dimostrare tutta la propria valenza”. La prefazione allo spettacolo è stata curata dal prof. Ciccio Schembari che ha analizzato gli aspetti dell’opera di Aristofane. La commedia è stata interpretata da Giovanna Criscuolo, Micaela De Grandi, Valentina Ferrante, Federico Fiorenza, Massimiliano Geraci e Giovanni Rizzuti. La trama? Il sesso fa muovere il mondo. Lysistrata lo sa, ne è convinta e mette in atto uno stratagemma creativo e surreale: tutte le donne greche dovranno astenersi dall’avere rapporti sessuali con i mariti finché la guerra del Peloponneso non sarà cessata. Quello proposto, insomma, è stato un divertente adattamento della famosa commedia classica che affronta con impegno il tema attualissimo ed universale della guerra.

 

"Vivere" inserto de La Sicilia - 12 Maggio 2016

La Sicilia - 24 Agosto 2015

SPACCIATORI DI CULTURA - Dostoevskij Carnaval del Banned Theatre

di Francesco Nicolosi Fazio per Scenario (17 Settembre 2014)

Una decina di anni or sono il texano Bob Wilson si presentò in Europa con una
rivisitazione di colossi europei come Brecth ed il Feodor del titolo. Una visione
americo-centrica che faceva delle “Memorie del sottosuolo” una sorta di prigione di zombies, tipologia di esseri che, probabilmente, noi europei siamo considerati per la “cultura” USA. Ciò è ampiamente (e falsamente) dichiarato e confermato per l’arte moderna. Chi per l’arte va oltre Atlantico chieda di “Achille”.
In realtà la cultura europea è ben viva e gode delle naturali contaminazioni che la
peculiare posizione geografica le consente. Ecco che un’opera russa viene traghettata da un giovane di Puglia (terra sempre rivolta a levante) con una equipaggio catanese, nello splendido cortile aragonese di palazzo Platamone.C’è da aggiungere che solo la guerra non ha consentito la rappresentazione di questo spettacolo in Ucraina. Le premesse ci sono tutte per uno spettacolo che girerà l’Europa.
Un demenziale gruppo di tossicodipendenti, irretiti in una scena di corde-ragnatela e macabre teste legate e schiave, aspettano la loro dose. Ma subito ci viene rivelato che la droga tanto attesa è tutta la letteratura: un prodotto che provoca uno “sballo” lungo mesi. Risolto il problema cabalistico del necessario settimo tossico (sette come i vizi, ma anche come le muse), si può scodellare la droga più potente. Dostoevskij (la più dura da smaltire, ritengo, sarebbe stata Proust).
Con effetti psichedelici le vicende del grande russo si impossessano dei personaggi e della scena con brani da “L’idiota” e tracce da “Memorie dal sottosuolo”, inevitabilmente i tossici si riducono ad essere succubi del dio denaro, con i meccanismi della arrivista religione dell’essere, che oggi è solo apparire. Un teatro che va un po’ oltre quello dell’”assurdo”, mediante un parossismo fintamente demenziale, che coinvolge, anche col sorriso, il qualificato pubblico. Che nella gran parte riteniamo composto da rari conoscitori dei classici letterari citati.
Uno spettacolo moderno, in quanto al contempo greve, ma leggero e profondo,
divertente ed irriverente, che vien fuori da un rapporto fraterno tra tutti i protagonisti, autore, regista ed attori compresi, con la grande letteratura mondiale, dove, ci spiace per i texani, l’unico americano riscontrato nello spettacolo è Poe.
Uno spettacolo che emana energia e professionalità. Con attori seri e generosi che grondano sudore e cultura. Una serata da ricordare, resa possibile dall’Assessorato catanese ai Saperi.
Da maschilista sottolineo la presenza scenica delle bellissime attrici, che governano tutti i registri del recitativo con una sensualità forte ed elegante, che ci ricorda le gran donne della scena degli anni d’oro. Valentina, Micaela e Giovanna sono le muse vive di cui vorremmo drogarci.

La Sicilia - 16 Settembre 2014

Da Periodico Italiano Magazine

DOSTOEVSKIJ CARNAVAL

di Francesca Buffo

Dostoevskij trip, di Vladimir Sorokin è un testo inquietante e fuori dal comune nel quale è protagonista la letteratura, che nel contesto della storia è una droga illegale e mortalmente pericolosa. Quando si alza il sipario, sette giovani uomini e donne, tutti tossicomani di letteratura, stanno aspettando il pusher. Ognuno ha la sua droga preferita: chi Dickens, chi Nabokov, chi Thackeray, e così via. Il pusher arriva, e propone una droga sperimentale appena sintetizzata dai suoi laboratori: Dostoevskij. I sette accettano di provarla, bevono il preparato, e cadono dentro a un grande romanzo di Dostoevskij: L’idiota. Ciascuno secondo le coordinate della sua storia personale, diventano personaggi del romanzo e ne rivivono, progressivamente trasfigurandola, una delle scene chiave. L'adattamento di Valerio Tambone, presentato al Roma Fringe Festival, è un piccolo capolavoro. La scenografia, gli attori, le scelte registiche catturano il pubblico fin dai primi minuti di rappresentazione. La trama di per sé, soprattutto per chi non conosce il lavoro originario di Sorokin, non è immediatamente intuibile. Ma i dialoghi, con una commistione di dialetto siciliano che non ti aspetteresti in un testo tradotto dal russo (ma che non stona affatto e 'colora' lo svolgimento della storia), e il ritmo serrato della messa in scena tengono 'avvinghiato' lo spettatore. Un lavoro molto originale.

Ispirato a “Dostoevskij-Trip” di Vladimir Sorokin. Traduzione dal russo, adattamento e regia di Valerio Tambone. Con: Francesco Bernava, Nunzio Bonadonna, Giuseppe Brancato, Micaela De Grandi, Alice Ferlito, Valentina Ferrante, Emiliano Longo, Marco Spitaleri. Assistente alla regia Luigi Patti. Riprese video: Alessandro Aiello.

DOSTOEVSKIJ CARNAVAL O METANOEIDE

di Giovan Bartolo Botta per Cronache Fringeriane (03 Agosto 2014)

Rieccoli. Nuovamente tra noi. Goldonianamente servi della loro demonoide dipendenza. Il sopravvissuto Renton. Il teorico Sick Boy, lo screanzato Spud, lo sfortunato Tommy, lo schizzato Begbie, l’esploratrice Lizzie. Una combriccola di gioventù bruciata che come nel decameronico bocacciano verso la peste sorcia, decide di fuggire sull’altura del Golan per eludere la militarizzazione di quartiere ideata dalla giunta a salvaguardia del disagio cittadino. La metropoli è stressata. Tiglio e valeriana solleticano il sonno. Ma non basta. L’Urbe suda quanto un paziente affetto da ipotiroidismo. Prefetture invitano occupanti ad intraprendere baraccume e burattinite nel nome dello sgombero e nel cognome della legalità. Nel cartellone della principale sala teatrale, salotto borghese del centro cittadino, tornano a farsi sentire i volti dei soliti noti. Favorevoli ad occupare il lunedì, pregni di dubbi il martedì, rinsaviti il mercoledì, convinti il giovedì, compagnoni il venerdì, tintinnanti il sabato. La domenica ti hanno praticamente denunciato agli sbirri rilasciando alle principali testate giornalistiche interviste contrarie al bene comune. Playmobil in tenuta anti-sommatoria scaricano piombo sul primo nomade vessatore di turista presso lo scalo ferroviario. Pure sul secondo. Nomade. Il premierato giovane riflette partorendo la politica dello sviluppo: ripensare agli sviluppi passati, sovrapponendoli a quelli presenti per formulare così gli sviluppi futuri. Mettendo sviluppo sovra sviluppo la città risulterà essere un giorno sviluppatissima! In tutto questo marasma di inveraconde cerottate, i nostri tossici optano per la dipendenza da manuale cartaceo adagiando le loro coscienze in un paradisiaco artificiale di parole. Provetti ragazzi dello zoo berlinese scalderanno cucchiai e stringeranno lacci emostatici sollevando dita medie nei riguardi dell’istituzione invadente. Il loro atteggiamento tuttavia non è sessantottino. Né tantomeno ammicca ai fatti del ’77. La loro è una resa totale nei confronti del potere. Memori dell’insegnamento del maestro Bobby Fuller nello storico concerto del ’54 ad Arcugnano Vicentino, consapevoli della valle di lacrime sopportata dai vari Caserio, Malatesta, Sacco, Vanzetti, Periglioni, Pinelli, Massari, Soledad, Baleno ecc., consci dell’esistenza di una vita dopo la vita, opteranno per la proclamazione di una repubblica autonoma nella quale poter instaurare la dittatura della letteratura cartacea. Il libro sarà la loro sostanza stupefacente. L’unica fede. Ragione di vita. Ma lo stato, moderatamente travestito da colono, riuscirà ad intrufolarsi all’interno del protettorato elargendo ai robbosi letteratura letale all’omeostasi umana. Tolstoi tagliato con della Littizzetto. Dostoevskij allungato con dosi scadenti di Susanna Tamaro. Balzac intriso nel Moccia. Il bardo britannico sciolto nella Mazzantini. Il decesso per overdose appare più certo che probabile. L’afasia del giorno seguente ricorda quella del suburbio e fuga queneauiano. La ribellione è sedata. Simon Beverly alias Sid Viscious non è più tra i terreni. Così come Dostoevskij Carnaval. Ha trionfato la dottrina del ebook. Lo stato è qualificato alla Champions League. Il cittadino retrocede nella serie cadetta. Come da copione…

La Sicilia - 30 Giugno 2014

THE BANNED THEATRE: RACCONTIAMO L'INFERNO DELL'ANIMA

di Elisa Guccione Gallitto per Sicilia e Donna (24 Giugno 2014)

Nasce a Catania una nuova compagnia teatrale, The Banned Theatre, la cui missione è rappresentare testi molto rari di autori banditi o allontanati dalla propria nazione, tradotti in altre lingue. Diretti dal regista Valerio Tambone, gli attori: Francesco Bernava, Nunzio Bonadonna, Giuseppe Brancato, Micaela De Grandi, Alice Ferlito, Valentina Ferrante, Emiliano Longo e Marco Spitaleri debutteranno il 30 giugno al Roma Fringe Festival 2014 con “Dostoevskij Carnaval” tratto da “Dostoevskij trip” di Vladimir Sorokin autore censurato da Putin. Subito dopo aver assistito ad una prova approfondiamo la creazione e lo sviluppo di quest’innovativo progetto teatrale  nato tra Catania e Taranto.

Dostoevskij Carnaval è un testo difficile e di non facile comprensione da parte del grande pubblico. Come nasce l’idea di creare una messa in scena così particolare e d’avanguardia?

“Tutto risale a quindici anni fa – spiega il regista tarantino Valerio Tambone – quando al Teatrodue di Parma arrivarono in Italia tanti nuovi talentuosi drammaturghi russi tra cui Vladimir Sorokin. All’epoca ho preso parte alla drammatizzazione ed impersonavo il principe Myskin. Nel dramma si sente fortemente l’influenza storico – politica in cui è stato scritto. Siamo durante la presidenza di Boris Eltsin in cui molti politici ebbero successo solo grazie al potere economico. È facile constatare nel plot narrativo una crisi d’identità planetaria dove l’uomo risolve la sua vita creando l’idolo di se stesso. Ho cercato di attualizzare la storia riferendomi ai tristi avvenimenti di Russia ed Ucraina”.

La Compagnia “The Banned Theatre” è composta da giovani e talentuosi attori siciliani. Questo è il vostro primo lavoro che debutterà al Fringe Festival di Roma. Siete stati chiamati anche da Gianpiero Borgia a partecipare ad un altro festival internazionale a Barletta. Come si è formata questo nuovo gruppo teatrale?

“È nato su facebook – racconta Valentina Ferrante – Tutto prende vita da una locandina postata da Valerio che annunciava un nuovo workshop teatrale, “sette calci in culo”, tratto dai sette monologhi di denuncia della nostra società scritti da Sorokin. Location del laboratorio, però, era Taranto. Commento il link ed affermo: “peccato che si svolga a Taranto”. Valerio mi risponde dicendo: “Se vuoi spostiamo tutto a Catania. Organizziamoci da te”. In un mese con Alice Ferlito abbiamo fatto in modo che questo progetto prendesse vita”.

Come avete risolto i problemi tecnici come lo spazio per le prove, gli attori o aspiranti tali da far partecipare?

“Accolgo immediatamente la proposta di Valentina – aggiunge Alice Ferlito – conosco Valerio ed iniziamo a provare, studiare in una piccola chiesetta sconsacrata a Cibali. C’è stata molta partecipazione di corsisti e abbiamo lavorato con grande impegno e dedizione. Dopo il laboratorio abbiamo deciso di realizzare lo spettacolo. Ci sono state alcune selezioni ed è nata la Banned Theatre”.

È stato difficile selezionare gli attori per lo spettacolo? Qual è stato il criterio usato?

“Gli attori siciliani sono davvero bravi – riprende la parola Valerio Tambone -  hanno qualcosa in più rispetto al resto dell’Italia. Ho cercato gli italiani e la città più arrabbiata. Catania insieme ai suoi abitanti era l’ideale per rendere più vero lo spettacolo. Mi piacciono gli attori preparati con i quali posso lavorare, confrontarmi e stimolarli energicamente e fisicamente”.

Come potremmo descrivere il vostro modo di fare teatro?

“Cerco sempre – continua il regista – storie che non piacciono a nessuno. Racconto la merda umana, la parte miserabile dell’uomo. Tutto questo è un pretesto per raccontare quel vuoto cosmico che scatena la guerra all’interno dell’essere umano”.

Il vostro è uno spettacolo dal respiro internazionale, che non sarà capito da tutti. Non vi spaventa il parere della critica nostrana che ha in parte snobbato il vostro modo di fare teatro?

“Non a caso la nostra compagnia si chiama Banned Theatre ovvero Teatro Censurato. Cerchiamo testi rarissimi. Dostoevskij Carnaval è stato rappresentato solo in Francia, Germania, Russia ed Italia. Per il nostro Paese si tratta di una Prima internazionale. Lo spettacolo è interamente autoprodotto”.

Per partecipare al Fringe Festival avete dovuto ridurre lo spettacolo a cinquanta minuti.

“Avvicinarsi a questo palco significa gareggiare con artisti francesi, svedesi, inglesi … sarà uno scambio importante ed abbiamo iniziato anche una distribuzione internazionale, perché la morale del testo è universale e alla fine conquisterà tutti senza limiti di confine. Non siamo degli arrivisti non ci piacciono le logiche che gestiscono il mondo teatrale in questo momento. A Catania saremo il 14 settembre al Cortile Platamone”.

Corriere della sera - 28 maggio 2014

Italo - Giugno 2014

Post.it - Giugno/Luglio 2014